Caro architetto neolaureato, accetta questa offerta pietosa con sommo gaudio e ringrazia
Vent'anni di carriera, due continenti, e ancora mi girano al pensiero di come vengono trattati i giovani architetti in Italia. Un post per chi sta iniziando.
MY TWO CENTS
Erica Fossati
11 min read
I apologize for writing this post in Italian, but some things just need to be said in your native language. This is about the exploitation of young architecture graduates in Italy, something I had not thought about in years, until my nine year old mentioned she might want to be a designer one day. Suddenly my very humble beginnings came rushing back, and with them some things I realized I still needed to say.
Avviso: questo post è condito con un considerevole numero di francesismi. Vi chiedo di non offendervi e di non giudicarmi una troglodita, è semplicemente un argomento che mi fa incavolare particolarmente e certi concetti si esprimono meglio in francese.
Sono Erica Fossati, sono nata e cresciuta in Brianza dove mi sono diplomata geometra e poi ho fatto architettura al Politecnico di Milano, laurea triennale e magistrale. Partiamo dal presupposto che in Italia stavo benissimo, avevo una carriera, avevo i miei progetti, avevo collaboratori con cui lavoravo da anni e con cui ho mantenuto rapporti eccellenti ancora oggi dopo tredici anni vissuti dall'altra parte dell'Atlantico. A mio marito hanno offerto un lavoro negli Stati Uniti, abbiamo deciso di partire, e quella che doveva essere un'avventura temporanea, temporanea non lo è più stata. Adesso vivo a Lancaster nel Massachusetts, dove sto costruendo piano piano (e dolorosamente, perché un network non me lo ha regalato nessuno, me lo sto costruendo da zero) un atelier di progettazione dove voglio portare l'eccellenza italiana alle brave persone del New England. In America mi occupo di progettazione architettonica e di interni di residenze, meglio se storiche, e con i miei partner italiani dello Studio Sequel offro un servizio completo a chi dall'estero vuole comprare una proprietà in Italia e rimetterla a posto: si parte dalla due diligence tecnica, per capire esattamente cosa si sta comprando prima di firmare, e se si decide di procedere seguiamo tutto il progetto di ristrutturazione fino alla direzione lavori e al collaudo, con me come unico punto di contatto per chi non parla italiano.
Ho quarantaquattro anni e vent'anni di carriera alle spalle, di cui una buona parte in Italia prima di trasferirmi negli Stati Uniti, e ancora mi girano i coglioni (ecco il primo francesismo) al pensiero di come sono stata trattata quando ho iniziato. Non ho scritto questo pezzo a vent'anni perché avrebbero detto che non avevo voglia di lavorare, io, una Fossati di Lissone. Lo scrivo adesso perché nonostante tutto dopo vent'anni mi girano ancora tremendamente le scatole, e perché, sia chiaro, nel dizionario sotto la voce "sbattimento" c'è la foto di uno di Lissone piegato sul tornio. Diteci tutto ma non che i Brianzoli non hanno voglia di lavorare.
Prima ancora di iniziare
Al Politecnico quando dicevo che ero brianzola e diplomata geometra per di più, venivo leggermente schifata da qualche professore, con un'aria di superiorità non troppo velata: "che barbonata l'università del fare... che cazzo potete capire voi casciavìt della nostra eruditissima impostazione ermeneutica." I miei dotti compagni di classe venuti dal classico mi guardavano con un misto di incredulità e sdegno, non inquadravano il perché a una plebea come me potesse essere autorizzato l'ingresso nelle loro cerchie.
Smettevano subito quando mi vedevano disegnare però. A parte che disegnavo benissimo grazie agli anni di tecnigrafo, tiè. Ma poi i miei progetti non erano supercazzole prematurate prive di senso logico, funzionavano (non possiamo essere tutti Ledoux, la gente dovrà pure usare questi spazi per Dio, non è che si può progettare solo per ciclopi e stregoni).
Parti precatalogato prima ancora di cominciare. Se sei figlio di architetti, se vieni da Milano, se hai fatto il liceo classico, sei già a metà strada senza aver aperto bocca. Se vieni dalla Brianza con un diploma tecnico, figlia di un falegname lissonese che ha fatto la terza media, devi dimostrare il doppio per ottenere la metà della considerazione e devi farlo sorridendo e ringraziando.
La mia prima offerta di lavoro
Fresca di laurea, mi offrono una posizione in uno studio milanese, fondato negli anni Novanta, specializzato in restauro architettonico e design dell'illuminazione con un nome rispettato nel settore e una certa aria di sé.
La paga era di trecento euro. Non al mese, in totale, per tre mesi di lavoro full time.
Cento euro al mese, che a fare i conti equivale a meno del costo del trasporto per andarci, meno di un caffè e brioche al giorno, meno di qualsiasi cosa si possa chiamare compenso con la faccia seria.
E per carità, se fossi andata in uno studio famoso forse avrei capito la logica, paghi il privilegio di lavorare con i maestri, ti fai un nome, costruisci un portfolio che vale. Per l'amor di Dio, fosse stato lo studio di Louis Kahn avrei pagato io per respirare la stessa aria. Ma questi non erano né famosi né maestri. Uno studio normalissimo come ce ne sono tanti a Milano, con un nome rispettato nel settore ma niente di più. Nessun privilegio da comprare, nessun maestro da cui imparare qualcosa di irripetibile. Solo cento euro al mese.
Mio padre, di Lissone giustamente anche lui e quindi dotato di un filtro per le stronzate da 0.3 micron, me l'aveva detto subito: "Guarda, se vuoi andare vai, però è una vergogna questa paga."
E io giovane e acerba gli avevo risposto che sarei andata perché in fondo era meglio di stare a casa ad aspettare.
Aveva ragione lui. Ma il punto non è che avevo torto io, il punto è che il sistema funziona esattamente così, conta sulla vulnerabilità di chi si è appena laureato, su quel "meglio qualcosa che niente" che i titolari degli studi conoscono benissimo e sfruttano consapevolmente. Non ero ingenua, erano loro predatori professionisti di ingenuità giovanile.
E perché i giovani accettano? Perché il sistema universitario li ha già lavorati a dovere. Cinque anni in cui ti ripetono che non sei abbastanza, che le tue idee non valgono, che devi ancora imparare, così quando finalmente esci e qualcuno ti offre uno stipendio, per misero che sia, sei già nel mindset giusto: sono una nullità, meglio stare zitto e lavorare. Almeno adesso mi pagano qualcosina. A scuola mi massacravano e dovevo pagare io.
La cultura dello studio
Sto lavorando al sopracitato studio in ticinese da due giorni, quando una mattina devo aggiornare il titolare sui progressi del mio lavoro, e poiché il suo ufficio ha la porta aperta a distanza di sputo e lo vedo chiaramente da dove sono seduta, lo guardo e gli chiedo se può venire a vedere quello su cui sto lavorando.
Mi guarda come se fossi una bestia e mi dice che per questo tipo di comunicazioni dobbiamo usare i telefoni interni. Lo guardo pensando che stesse scherzando, perché ero lì davanti a lui, ma ero giovane e ho pensato di aver fatto qualcosa di sbagliato quindi non ho detto niente. Lui si alza e non viene alla mia scrivania, chiude la porta del suo ufficio. Un minuto dopo lo chiamo con il telefono interno e gli chiedo se può venire a vedere i miei progressi. Dopo un minuto, eccolo uscire dal suo ufficio e venire a guardare il mio lavoro.
Non credo serva commentare ulteriormente sulla deficienza di quel gesto. Un uomo ultra quarantenne che ha bisogno fare questi giochetti scemi per proclamare la propria superiorità con una ventenne neolaureata. Questo è stato forse l'esempio più eclatante ma veramente ogni dialogo con questa persona era una fiera della vanità.
Quando ho trovato qualcosa di meglio
Dopo solo una settimana di lavoro ricevo una risposta a una candidatura che avevo mandato poco prima di iniziare lì (manco avevo fatto la sporca di cercare un altro lavoro subito, è stata veramente la divina provvidenza, uno dei mei antenati falegnami che mi ha fatto la grazia). Era uno studio molto più rinomato, il capo era simpatico e ci eravamo trovati subito dal primo colloquio, in una zona migliore e più facile da raggiungere con i mezzi, e soprattutto con uno stipendio degno di questo nome.
Nonostante dove stavo lavorando si fossero dimostrati degli infami a più riprese, mi dispiaceva dover venir meno al mio impegno, però allo stesso tempo pensavo: sono lì solo da una settimana, non li sto mollando dopo mesi e mesi quando ormai hanno bisogno di me, non ho fatto praticamente niente. Le persone più grandi e con più esperienza a cui chiesi consiglio la vedevano come me, non danneggiavo nessuno andandomene, danneggiavo solo me stessa perché non chiedevo i soldi che in teoria mi spettavano. 25 euro tra l'altro, roba che a fare l'albero in una recita per un sera si guadagnerebbe di più.
Quando ho comunicato che me ne andavo ho specificato subito che mi dispiaceva ma l'altro studio aveva bisogno urgente e non volevo perdere l'occasione, che non chiedevo soldi per la settimana scarsa di lavoro che avevo fatto, grazie e arrivederci.
La loro risposta fu che dovevo venire il weekend a finire la pianta su cui stavo lavorando, perché il mio incarico non era concluso e questo era evidentemente un problema che dovevo risolvere a mie spese e nel mio tempo libero, nonostante non stessi chiedendo un euro di compenso.
Dopo un secondo di panico ho detto Assolutamente No, ma stiamo scherzando?
Ho lavorato una settimana gratis e secondo loro dovevo dargli altro tempo, unfuckingbelievable.
Erano disgustati, mi hanno detto che se quella era la mia attitudine era molto meglio che me ne andassi immediatamente, non volevano correre il rischio che li rovinassi con la mia mentalità da proletaria che si aspettava di essere padrona del suo tempo, come osavo!
Mentre uscivo il titolare mi ferma sulla porta per reiterare quanto il mio comportamento fosse poco professionale, che nella vita bisogna scegliere se fare gli architetti o i pescivendoli e che io andandomene così avevo evidentemente scelto il secondo mestiere.
Gli ho risposto che la professionalità andava pagata, e che volevo fare l'architetto, ma in uno studio migliore del suo. Ci volevo aggiungere anche un "e cordialmente si ammazzi" ma sono contenta di essermi trattenuta.
Avevo venticinque anni. Lui ne aveva più di quaranta. Che carogna devi essere per dire una cosa del genere a una neolaureata che stai pagando cento euro al mese, cinquantotto centesimi l'ora? Eccolo il grande architetto milanese, che cercava di distruggere una ragazzina con la metà dei suoi anni, il tutto perché aveva trovato un lavoro più comodo e meglio retribuito.
Nello stesso momento, nella stessa città
Luciano Colombo era a Milano, nello stesso periodo, nello stesso mercato, nello stesso settore. Mi ha assunta e mi ha pagato mille euro al mese, perché riconosceva il valore del lavoro altrui e gli sembrava la cosa ovvia da fare quando assumi qualcuno.
Con lui ho lavorato a svariati progetti molto interessanti, tra cui fiore all'occhiello il Salviatino di Fiesole, una villa del quattordicesimo secolo trasformata in uno dei migliori hotel di lusso d'Italia, un restauro da quaranta milioni di euro e anni di lavoro. Roba da far emozionare anche i profani.
Sono rimasta da Colombo quattro anni, fino a quando la vita da pendolare mi stava letteralmente ammazzando e non avevo più tempo per fare niente. Me ne sono andata a malincuore, perché ero diventata una parte integrante dello studio e ci tenevo davvero. Vista la mia esperienza pregressa avevo quasi paura a licenziarmi. Ma Colombo, che oltre ad essere un grande progettista era un capo comprensivo e sensibile, era anche un gentiluomo e un pragmatico. Prima ha cercato di offrirmi più soldi. Poi quando ha capito che il problema non erano i soldi ma la qualità della mia vita, mi ha detto che gli dispiaceva tantissimo vedermi andare via, ma che non si sarebbe mai messo in mezzo tra me e la mia sanità mentale, e che mi dava la sua benedizione.
Stessa situazione, una che lascia uno studio. Due reazioni completamente diverse. Uno ti insulta, l'altro ti dà la sua benedizione. Non era una questione di mercato, di crisi, di risorse. Era una questione di chi sei come persona.
Vent'anni dopo
Sono passata dal "lavora e ringrazia" in Italia al "grazie che ci degni del tuo tempo" in America.
Non è una battuta, è la differenza culturale più concreta che ho vissuto sulla mia pelle, nello stesso settore, con la stessa preparazione. Là ti fanno sentire in debito per il privilegio di lavorare. Qui ti ringraziano per aver scelto loro.
E la cosa che mi fa inalberare di più a distanza di vent'anni, non è quello che è successo a me, alla fine a parte quella prima esperienzia pietosa sono sempre stata molto fortunata. È che sta succedendo ancora adesso e non lo dico solo io. Nel 2023 Today.it titolava "Noi, architetti e designer sfruttati negli studi milanesi delle archistar" parlando finte partite IVA e stipendi irrisori, dodici ore al giorno per ottocento euro netti al mese. Il Fatto Quotidiano scriveva di offerte a settecento euro lordi in partita IVA per dieci ore al giorno. L'Espresso riportava la storia di un architetto che aveva ricevuto un'offerta da uno dei più noti studi italiani e aveva risposto pubblicamente: "Me lo spiegate voi come faccio a vivere a Milano con settecento euro?"
Esisteva persino una pagina Instagram, Riordine degli Architetti, che per anni ha raccolto e pubblicato le offerte di lavoro degli studi italiani per documentare quanto fossero indecenti. Quel profilo oggi è chiuso per ragioni che non sono ancora del tutto chiare, il lavoro che facevano era utile e ci mancherà.
Vent'anni dopo e non è cambiato niente, solo i numeri sono leggermente meno imbarazzanti.
Il dubbio che mi sono portata dietro per anni
Per anni ho avuto il dubbio che forse avevo sbagliato io, che andandomene così ero stata poco professionale, che avevo preso un impegno e avrei dovuto subire per quei tre mesi e poi andarmene in modo più ordinato. Adesso che sono quarantenne penso: col beneamato cazzo.
È tutta una tattica la loro, contano sul fatto che sei neolaureato, che nella tua inesperienza penserai "boh, si vede che è così che funziona, guarda questo studio di Milano, se fanno loro così sarà legittimo, giusto?"
Ripetiamo insieme: non è così che deve funzionare!
Adesso che sono quarantenne e nella posizione di assumere qualcuno non farei mai una cagata del genere. Intanto non mi sognerei mai di offrire cinquantotto centesimi l'ora a nessuno, neanche per raccogliere le foglie in giardino. E soprattutto mai e poi mai parlerei a un neolaureato in quel modo, lui già giovane e insicuro, e io a gamba tesa a farlo sentire ancora più piccolo.
Non è che sminuire gli altri ci rende più grandi. Un minimo di responsabilità per questi architettoni e professoroni che pensano che insultando i giovani diventano più intelligenti. Insultereste un bambino perché non sa allacciarsi le scarpe? E allora perché insultare un neolaureato con zero esperienza nel mondo del lavoro? Che schifo.
Quello che voglio dire ai neolaureati
I giovani hanno l'energia, hanno la voglia, hanno la competenza di chi si è appena formato e non li ha già trifolati come noi dopo anni di tribolazioni, e i titolari degli studi succhiano tutto questo come sanguisughe senza sentire il bisogno di pagarlo, perché tanto c'è sempre un altro laureato in fila disposto ad accettare qualsiasi cosa.
Ma questi studi hanno bisogno dei neolaureati, delle loro ore, della loro energia, della loro competenza. Se collettivamente rifiutassero le offerte indecenti, se dicessero tutti no gli studi sarebbero costretti ad alzare la paga perché il lavoro deve essere fatto da qualcuno. È domanda e offerta, è semplice come sembra.
Non sono i neolaureati che devono ringraziare per una proposta da cento euro al mese. Sono gli studi che dovrebbero ringraziarli per aver scelto di presentarsi a quel colloquio. Guardarsi intorno e mandare candidature ovunque anche mentre si è già in uno studio non è slealtà, è sopravvivenza, è intelligenza.
E un'ultima cosa, Tu che stai leggendo questo articolo con il tuo bel diploma in mano e forse con un'offerta ridicola già in tasca: non sei inutile.
Ti hanno bastonato fino a farti credere che non vali niente, che devi ringraziare, che l'esperienza è un privilegio che ti concedono per bontà loro ma il tuo tempo è la cosa più preziosa che hai e ha un valore reale. Ok non il valore di qualcuno con vent'anni di esperienza certo, ma neanche quello di un bambino delle medie che taglia i prati per arrotondare la paghetta, che cazzo. Ricordatelo ogni volta che apri una email con l'ennesima offerta indecente.
E quando uno di questi "grandi" architetti, con i loro cazzo di mocassini scamosciati senza calze e le sedie Barcellona di Mies dove nessuno si può sedere, cerca di sminuirvi, non dubitate di voi stessi.
Sorridete, intanto perché non siete, e si spera non diventiate mai, delle merdacce come loro, e poi perchè valete molto di più di quello che vi fanno credere.
Rimborso spese? 300 euro per 3 mesi?
Siete ragazzi educati, semmai offritevi di dargli 300 calci nel culo.
Ciao.
The views expressed in this journal are my own and reflect my professional experience and personal opinions. Any references to specific places, institutions, or practices are made for informational and illustrative purposes only. Nothing in this journal constitutes legal, architectural, or regulatory advice. Always consult a qualified professional for your specific situation.
________________________________________________________________________________________________________________________________________
Have a question about this topic or something else you've read here?
____________________________________
____________________________________
_____________________________________________________________________________________________________________________________________
_____________________________________________________________________________________________________________________________________